L'approccio Science based: punti di forza e limiti

Nel mondo del fitness i conflitti sono sempre esistiti, diatribe interne tra approcci differenti.

L’esempio più celebre è rappresentato sicuramente dalle due scuole di pensiero che per oltre un trentennio (‘60 – ‘90) hanno governato il mondo del fitness e body building ovvero la High Volume Training (HVT) e la High Intensity Training (HIT). La prima con i fratelli Weider e Arnold Schwarzenegger e la seconda con Arthur Jones e Mike Menzer e l’approccio Heavy Duty.

Disponiamo di conoscenze limitate, molte delle quali  frutto dell’esperienza diretta, quindi avere opinioni diverse è scontato. 

 

Oggi però assistiamo ad una contrapposizione completamente differente quella tra la cosiddetta Old School e l’approccio Science Based. In questo caso infatti, le conoscenze sviluppate empiricamente nelle palestre a suon di sudore e fatica e pubblicizzate mediante riviste del settore, si contrappongono a quelle ottenute nei laboratori di ricerca e divulgate attraverso paper scientifici e negli ultimi anni, grazie ad internet e i social media, sono diventati di dominio pubblico.  

 

Ma in cosa consiste l’approccio Science Based? Ed è davvero così superiore rispetto a quanto accadeva in passato?

L’approccio SB fonda le proprie radici nel sapere validato mediante un metodo scientifico rigoroso, fatto di numeri, percentuali e conclusioni oggettive che lasciano poco spazio ad interpretazioni… o quasi. 

Infatti, non sempre uno studio riesce a dimostrare o confutare una certa ipotesi e i risultati a cui si giunge lasciano spazio a interpretazioni e congetture da parte dei lettori e degli stessi autori, i quali però tendono sempre ad essere molto cauti, distinguendo quelle che sono delle loro opinioni con quello che effettivamente è stato possibile dimostrare.

 

Purtroppo, i paper scientifici non sono sempre facilmente reperibili, spesso sono a pagamento e l’unica cosa pubblica è l’abstract ovvero il riassunto iniziale. Una sorta di annuncio promozionale che gli autori fanno del proprio lavoro. Fermandosi alla lettura del solo abstract, il rischio è quello di trarre delle conclusioni errate, andando a sovrastimare la reale portata delle conclusioni finali. 

Altro problema è quando apprendiamo i contenuti di quello studio per intercessa persona ovvero quando i risultati vengono riportati da chi si presume che quello studio lo abbia letto e ce lo descrive. Anche qui è difficile distinguere le reali conclusioni dello studio dalle opinione di chi sta divulgando quel sapere. 

Anche l’approccio Science Based può comunque condurre a trarre delle conclusioni errate e fortemente influenzato dalle opinioni dei singoli e ammesso essi siano degli “esperti”, le loro restano pur sempre delle opinioni e come tali contestabili. Soprattutto se si basano su uno studio. 

Quindi, se uno studio da solo non è sufficiente a dimostrare un’ipotesi, nonostante questo presenti risultati soddisfacenti, a cosa dovremmo affidarci?

 

Spesso si parla di revisioni sistematiche con metanalisi, ovvero uno studio che vaglia e selezioni decine o centinaia di pubblicazioni su uno stesso argomento. Se questi sono svolti in modo da essere comparabili e soddisfano i criteri di selezione vengono analizzati dal punto di vista qualitativo (revisione sistematica) e quantitativo (metanalisi), così da poter trarre delle conclusioni più forti. Alle volte però non è detto che l’ago della bilancia propenda per una direzione ben precisa. Se le conclusioni tra gli studi in oggetto sono tra di loro in disaccordo, la forza delle conclusioni da trarre viene ridimensionata o in alcuni casi compromessa, giungendo ad un nulla di fatto.

 

Inoltre, non va mai dimenticato che l’apprendimento mediante la ricerca scientifica non segue un percorso lineare, ma si sviluppa in modo tortuoso, pieno di vicoli ciechi e inversioni ad U. Ovvero momenti in cui si comprende che la strada intrapresa fino a quel momento è quella sbagliata…vi ricordate gli allenamenti in sala pesi per stimolare il GH o il testosterone? Un caposaldo dei primi anni 2000, consolidatasi sulla base di studi ventennali che ricercavano una ragione ormonale all’incremento della massa muscolare. Fino a quando non ci si rese conto che le variazioni degli ormoni oggetti degli studi non erano tali da spiegare un adattamento fisico nel medio-lungo termine. È vero, l’allenamento con sovraccarichi, specie con alte percentuali rispetto al massimale, porta un incremento dei valori sierologici di testosterone, in linea con gli aumenti dei livelli di forza neuromuscolare, ma questa risulta essere più una conseguenza che una causa.  

Non voglio dire che anni di ricerca siano stati una inutile perdita di tempo, perché dimostrare la fallacia di un’ipotesi è anch’esso un risultato importantissimo, ma le conclusioni in termini di allenamento che quella convinzione aveva indotto, quelle forse lo sono state. 

 

Pertanto un approccio SB non può essere univoco e assolutistico. Le nostre conoscenze non sono complete. La scienza fatica ancora a dare delle spiegazioni conclusive su molti interrogativi; altre volte si fatica a trovare un collegamento diretto con quanto si esegue in laboratorio e quanto in una comune routine di allenamento e alla fine molti vuoti vengono colmati da supposizioni, intuizioni o congetture.

Quindi, sebbene sostenute da valide motivazioni, anche l’approccio SB non è molto differente da quello Old School. Non dimentichiamo infatti che nelle conoscenze della old school rientrano le esperienze di allenatori che hanno dedicato la loro vita alla ricerca di tecniche, metodologie e strategie per massimizzare i risultati dei loro atleti, seguendone centinaia, se non migliaia di loro. Di conseguenza i loro diari riportano dati, percentuali e risultati che pur non seguendo rigidi protocolli scientifici, possiedono un enorme valore. Purtroppo gli atleti in questione erano talenti naturali e quasi sempre supportati da farmaci. Ecco perché molte delle conclusioni e delle metodologie sviluppate nel secolo scorso mal si adattano alla popolazione comune, che oltre a non possedere quel talento e quell’esperienza, non possono fare affidamento nemmeno sulla stessa “integrazione”. 

 

Un punto a favore dell’approccio Science Based è che spesso lo stesso protocollo oggetto dello studio viene svolto su sottogruppi della popolazione: novizi o esperti, giovani o anziani, uomini o donne. Per osservare la differente risposta di ciascuno. Questo ci permette di fare una grandissima distinzione e non scartare a priori qualcosa che è poco efficace per una tipologia di individui ma che può rappresentare una svolta per altri. 

Personalmente, ritengo che non dovrebbe esserci alcuno scontro tra la old school e l’approccio science based. Quest’ultima ha l’importante compito di analizzare e filtrare la moltitudine di conoscenze e metodiche sviluppatesi in anni e anni di pratica sportiva, distinguendo cosa sia davvero efficace ed efficiente e cosa invece sia controproducento rappresentando un’inutile perdita di tempo.

Così da non ritrovarci in quel celebre paradosso per cui “la teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché

Un esempio calzante di questa collaborazione credo sia rappresentato dallo studio del 2020 di Nunes et al. intitolato “Different Foot Positioning During Calf Training to Induce Portion-Specific Gastrocnemius Muscle Hypertrophy”.

Da un punto di vista biomeccanico sembra essere del tutto inutile variare la posizione delle punte dei piedi durante l’esecuzione di un calf raises, in quanto la rotazione avviene al livello dell’articolazione coxo-femorale, quindi le anche e non interessa i punti di origine o inserzione del polpaccio.

Nonostante questo in palestra si è sempre proposto l’esecuzione del calf raises in 3 sottovarianti: quella classica con i piedi paralleli e quelle con le punte rivolte verso l’esterno e l’interno per aumentare rispettivamente il focus sulla porzione mediale e laterale dei gemelli del polpaccio. 

Da quanto è emerso dallo studio sopra citato, invece, si osserva una significativa differenza nell’ipertrofia tra la porzione mediale e laterale a seconda della posizione dei piedi. (vedi immagine)

 

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The Journal of Strength & Conditioning Research34(8):2347-2351, August 2020.

Fig. 1 Variazioni percentuali dal periodo pre-allenamento a quello post-allenamento per lo spessore del muscolo gastrocnemio mediale e laterale. FPO = piede rivolto verso l'esterno (n = 16); FPI = piede rivolto verso l'interno (n = 16); e FPF = piede rivolto in avanti (n = 12). †p < 0,05 differenza tra le condizioni FPO e FPI. Le linee orizzontali rappresentano la media e gli intervalli di confidenza al 95%, mentre ogni cerchio rappresenta una gamba.

Gli stessi autori faticano a trovare una spiegazione e ipotizzano che questo effetto possa essere dovuto all’innervazione indipendente dei due ventri muscolari del gastrocnemio e alla variazione del braccio di leva dell’articolazione della caviglia al variare della posizione delle punte. Questi due aspetti causerebbero una differente attivazione muscolare e conseguentemente una alterata risposta adattativa.

Questo è solo un esempio tra tanti. In altri casi, ad esempio, si sono confutate vecchie pratiche del tutto inutili o persino lesive o controproducenti. Come l’esecuzione delle trazioni alla Lat Machine portando l’asta dietro la nuca, che non sono non produce alcun vantaggio in termini di stimolazione dei muscoli target dell’esercizio (Gran Dorsale, Grande Rotondo, Trapezio, Fasci posteriori del deltoide) anzi andando a ridurre l’ampiezza di movimento (o ROM) ne limitano il la stimolazione e mettono a serio rischio la salute delle spalle, specialmente in soggetti con ridotta mobilità del cingolo scapolo-omerale. 

O un’esecuzione della panca piana molto in voga tra i bodybuilder, nota con il termine “guillotine press”. Questa variante vuole enfatizzare lo strech muscolare del gran pettorale, ma sappiamo che i gradi di estensione di spalla si riducono all’aumentare dell’angolo di abduzione dell’omero. Quindi lo stress sulla zona anteriore della capsula articolare dell’omero è massima, così come lo sono i rischi. Meglio un omero a 45-60 gradi, rispetto ai 90° suggeriti in questa variante, se l’obiettivo è quello di enfatizzare l’allungamento dei fasci del gran pettorale. 

Occorre lasciar tempo che ogni aspetto svolto nella nostra routine di allenamento venga vagliato e validato scientificamente e non è qualcosa che si può fare in poco tempo…. quindi cosa fare mentre aspettiamo che questo processo si concluda?

Semplice! Continuiamo ad allenarci come abbiamo sempre fatto, implementando la nostra programmazione con le nuove conoscenze che si rafforzano poco per volta, ma senza dimenticare i vecchi insegnamenti di chi ci ha preceduti e che si va in palestra per movimentare della sana ghisa, fare fatica e sudare… evitando di farsi troppe “seghe” mentali su alcuni aspetti e dettagli che nel computo complessivo pensano una percentuale irrisoria e non saranno certamente questi a permetterci o a precluderci di raggiungere i nostri obiettivi. 

 

Quello che paga infatti è la consistenza sul lungo periodo e se ci limitassimo a fare solo quello che è stato validato scientificamente al 100%, rischieremo di andare in palestra solo per fare la doccia, perdendoci tutto il divertimento dello sperimentare su noi stessi metodiche differenti e confrontarne i risultati. Visto che non va dimenticato che non siamo tutti uguali e può esserci una grande differenza nella risposta adattativa ad uno stesso stimolo allenante… ma questo è un altro argomento di cui avremo modo di parlare più avanti.  

 

Vi lascio con una massima di A. Einstein: “La mente è come un paracadute, funziona solo se si apre.” quindi mantenete sempre un approccio critico e una mentalità aperta per vagliare ogni possibilità e soluzione.  

 

Ciao a tutti, a presto!

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